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Maschi meno stressati se escono tra loro e non con le donne.

Secondo uno studio condotto dall’università di Gottingen (Germania), i livelli maschili di stress aumentano esponenzialmente in occasione delle uscite con la propria partner o la propria famiglia. Al contrario, un’uscita insieme agli amici di vecchia data riduce l’ansia. La ricerca ha visto la partecipazione di un campione di macachi Babary, selezionati in quanto simili agli esseri umani nei comportamenti. Si è osservato come gli individui maschili di tale specie tendono a stringere legami molto stretti fra loro e ad assumere atteggiamenti meno distesi in presenza di un’esemplare femmina. In particolare, le patologie legate allo stress affiorano principalmente quando questi sono coinvolti in un legame di coppia; gli esemplari single risultano, invece, più sereni e tranquilli.

Fonte: GraffitiBlog.it.

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Povertà e depressione.

Secondo un recente studio americano, crescere in un contesto di povertà diminuisce la connetività cerebrale e predispone a sintomi depressivi. I ricercatori hanno analizzato le scansioni fMRI di 105 bambini (di età compresa tra i 7 e i 12 anni) e osservato come alcune strutture chiave nel cervello fossero connesse in modo differente nei soggetti poveri rispetto a quelli cresciuti in contesti più ricchi. In particolare, quanto più l’ambiente di vita era limitante, tanto più ippocampo ed amigdala mostravano deboli connessioni con la corteccia frontale superiore, il giro linguale, il cingolo posteriore e il putamen. Mentre le differenze nel volume cerebrale possono essere facilmente superate durante la crescita grazie ad un valido supporto genitoriale, ciò non vale per il miglioramento della connettività. I bambini con basso status socioeconomico tendono, inoltre, ad esibire peggiori capacità cognitive e bassi livelli educativi e sono più a rischio di sviluppare disturbi psichiatrici come depressione e comportamento antisociale. I ricercatori hanno, infine, ipotizzato che fattori quali stress, esposizione ad ambienti avversi e scarsa educazione possono contribuire alla manifestazione di problemi in anni successivi.

Fonte: StateOfMind.it.

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Per essere felici, stop alle mail!

Secondo un recente studio inglese, il controllo compulsivo della propria casella di posta elettronica o di altri messaggi può diventare una fonte di stress, al pari di una droga o di una dipendenza. Questo atteggiamento, infatti, pone costantemente in allerta e rappresenta ormai una regola non scritta dell’odierna organizzazione del lavoro e di vita, rischiando di incidere negativamente sul benessere emozionale individuale. Lo studio ha dimostrato, inoltre, che il continuo susseguirsi di bip e vibrazioni produce conseguenze dirette in termini di aumento della tensione e delle preoccupazioni.
Fonte: Repubblica.it.
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Alcuni semplici trucchi per ritrovare la concentrazione.

Niente multitasking. A volte, essere impegnati su più fronti contemporaneamente è inevitabile, ma ciò non deve diventare un’abitudine. Uno studio realizzato nel 2009 dall’Università di Stanford ha dimostrato che coloro che si vantano di essere multitasking mostrano, rispetto ai non multitasker, performance più scadenti nei compiti attentivi e mnemonici e nelle situazioni in cui si chiede di passare velocemente da un’abilità cognitiva all’altra. L’attitudine a svolgere più mansioni allo stesso tempo sarebbe infatti correlata ad una difficoltà nel filtrare le informazioni irrilevanti.

Muoversi. Secondo uno studio dell’Università di Harvard, praticare attività fisica regolarmente e con moderata intensità fa bene al cervello poiché migliora l’umore, riduce il livelli di stress e ansia, mantiene una pressione sanguigna ottimale e stimola il rilascio del fattore neurotrofico cerebrale (una molecola che contribuisce alla crescita neuronale).

Preparare una lista delle cose da fare. In tal modo, si potranno capire quali sono le priorità e non lasciare inevasi i compiti da svolgere. Scrivere questi ultimi su carta servirà a rimanere concentrati su ciò che si sta facendo, liberando la mente dal gravoso compito di tenerli impressi.

Bere caffè. Quando si è stanchi, è uno dei modi migliori per ritrovare la concentrazione. Ovviamente, non bisogna esagerare perché troppa caffeina rende nervosi e non favorisce la concentrazione.

Prevedere delle pause. “Staccare” ogni tanto è necessario, poiché è utile per mantenere una buona perfomance.

Non portarsi il lavoro a casa. Allontanarsi da un problema e pensare ad altro stimola il pensiero creativo e aiuta a trovare soluzioni più efficaci.

Allenarsi alla concentrazione. Alcuni studi suggeriscono che allenare il cervello più volte alla settimana nei compiti cognitivi che si vuole potenziare possa portare effetti benefici equivalenti a quelli di una “palestra per la mente”.

Trovare un luogo tranquillo. I rumori ambientali stimolano nell’organismo la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, che rende più difficile mantenere il focus attentivo. Più sono forti tali rumori, maggiori le quantità di cortisolo prodotte.

Scegliere un luogo adatto. Trovare un luogo ideale in cui recarsi quando si deve affrontare una sessione impegnativa di studio o di lavoro toglierà dall’imbarazzo di dover decidere dove lavorare.

Ad ogni cosa il suo tempo. Fissare slot di tempo specifiche in cui compiere determinati compiti solleverà dalla necessità di prendere decisioni gravose.

Disconnettersi. A meno che non si lavori con Internet, ridurre al minimo le fonti di distrazione online aiuterà a rimanere concentrati.

Abbracciare la noia. In piccole dosi, la noia è terapeutica. Quando si è a riposo, è utile provare a concentrarsi su una singola attività, anziché continuare ad iperstimolarsi con una serie di input diversi.

Meditare. Uno studio dell’Università del North Carolina ha evidenziato come siano sufficienti venti minuti di meditazione al giorno, per quattro giorni a settimana, per ottenere benefici cognitivi utili per la concentrazione.

Dormire bene. Lavorare fino a tardi su un compito in scadenza è deleterio: uno dei primi sintomi della carenza di sonno è proprio la difficoltà di concentrazione.

Fonte: Focus.it.

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La patologia sottesa al perfezionismo imperfetto.

Secondo uno studio condotto da Andrew Hill, psicologo inglese della St. John University di York, gli individui perfezionisti, ovvero coloro che non si accontentano mai, rischiano la sindrome da burnout, una condizione in cui lo stress e la fatica sono tali da far sentire esauriti e privi di energie.

Esistono due facce del perfezionismo: una è la tensione verso il miglioramento, stabilendo obiettivi anche elevati, lavorandoci in maniera attiva e propositiva, assumendo un atteggiamento costruttivo; l’altra è una forma di “perfezionismo preoccupato”, per cui si teme costantemente di fare errori e ci si demoralizza ad ogni passo, continuando nonostante tutto a imporsi vette irraggiungibili di impeccabilità. E’ in quest’ultimo caso che lo stress può prendere il sopravvento. Il perfezionismo, inoltre, è correlato ad un maggior rischio di diventare workaholic (intossicati di lavoro), ad un’alta probabilità di depressione e disturbi alimentari e ad una minore aspettativa di vita.

Purtroppo, come spiega lo psicologo Martin Antony della Ryerson University di Toronto, la società attuale incoraggia al continuo miglioramento e a diventare di conseguenza dei perfezionisti. E’ però possibile guarire dalla smania di eccellenza:

  • Si deve sospettare un perfezionismo patologico se il minimo errore o imperfezione suscita sconforto o disagio.
  • Gli obiettivi non vanno raggiunti a qualunque costo: è corretto cercare risultati in vari ambiti, ma non ci si deve identificare nella meta finendo per stare male se non la si raggiunge.
  • Rispettare se stessi è fondamentale per perdonarsi i piccoli errori che è inevitabile compiere.
  • Focalizzarsi su un macro-obiettivo comporta meno stress rispetto al concentrarsi sui dettagli.
  • Pensare a che cosa può essere fatto, trascurando ciò che è stato e non può essere rimediato, serve ad avere un atteggiamento proattivo.
  • Provare a delegare, fidandosi delle capacità altrui, e, in caso di errori, insegnare all’altro come si fa piuttosto che ricominciare daccapo da soli.
  • E’ importante godersi il percorso per arrivare all’obiettivo.
  • Celebrare vittorie e progressi fa bene all’umore ed è un diritto: gratificarsi quando si raggiunge un risultato aiuta a mettere in luce il lato buono del perfezionismo, rendendoci migliori senza metterci sotto stress.

Fonte: Sette (Corriere della Sera).

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I benefici del baby massage.

Le sequenze di massaggio infantile sono state elaborate negli anni ’70-’80 da Vimala McClure, la quale ha integrato i massaggi tradizionali indiano e svedese con i principi di riflessologia e yoga, sperimentando tale mix di pratiche sui suoi stessi figli e riscontrandone da subito dei benefici.

Il massaggio agisce a livello fisico, contribuendo a stimolare la coordinazione motoria, ad aumentare la percezione corporea, ad apportare benefici al sistema nervoso, scheletrico, muscolare, circolatorio e all’apparato digerente (perché aiuta a prevenire le coliche e i disturbi gastrici). Esso, inoltre, agisce sullo sviluppo del linguaggio, migliora il sonno, lenisce i dolori relativi alla crescita e diminuisce la produzione di ormoni dello stress.

Se applicato entro il primo anno di vita, il baby massage rafforza anche il rapporto con i genitori (bonding), poiché sono proprio questi ultimi ad eseguirlo dopo aver frequentato un corso ad hoc tenuto da insegnanti qualificati dall’Iaim (International association of infant massage). I benefici si estendono anche agli altri componenti della famiglia, quali, per esempio, i fratelli maggiori che accolgono meglio il nuovo arrivato, svolgendo parte attiva nel suo accudimento. In certi casi, si può effettuare il massaggio anche a bambini più grandi o con bisogni speciali: sul neonato prematuro il beneficio riguarda, infatti, sia la sfera fisica (che comporta un migliore accrescimento), sia quella psicologica (poiché si rafforza la percezione di sé).

Fonte: Repubblica.it.

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Lo stress vanifica gli sforzi della dieta.

Uno studio dell’università di Zurigo ha scoperto come la presenza di una condizione di stress (anche moderato) può sabotare una dieta.

I ricercatori svizzeri hanno suddiviso 51 soggetti in due gruppi, uno dei quali è stato sottoposto a una forma leggera di stress. In seguito, l’attività cerebrale di tutti i partecipanti è stata monitorata mentre questi erano invitati a scegliere tra due fotografie (una raffigurante un cibo “saporito” e l’altra uno “salutare”). I membri appartenenti al gruppo sottoposto allo stress hanno scelto l’alimento più saporito più spesso rispetto agli altri; lo scan cerebrale ha mostrato una maggiore attivazione dell’area influenzante il desiderio di gratificazione, mentre risultava meno attiva quella legata agli obiettivi a lungo termine (quali il dimagrimento).

Una possibile strategia per evitare questo effetto è prevenire il problema evitando, per esempio, di avere junk food in casa quando si sa di avere una giornata stressante.

Fonte: Il Messaggero.

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Se la coppia è in crisi, allora vai di junk food!

Uno studio americano sostiene come esista una relazione tra il cibo e lo stress di coppia. Una ricerca congiunta delle università di Delaware e dell’Ohio ha rivelato come i litigi all’interno di una relazione amorosa costituiscano una premessa per un consumo anomalo di alimenti, in particolare “più cibo” e “di peggiore qualità”, per individui in peso forma o leggermente sovrappeso.

Tuttora non è stato rilevato un rapporto diretto di tipo causa-effetto, ma si è osservato come questi due fattori si presentino in contemporanea ed in entrambi i generi. Si ipotizza che in casi di rifiuto, o comunque di difficoltà, in una relazione si scatena nei soggetti un immediato desiderio di compensazione/sollievo che può essere facilmente soddisfatto attraverso il cibo. Quest’ultimo, infatti, è tra tutti l’elemento più a portata di mano in grado di alleviare lo stress del litigio. Il cosiddetto “comfort food” risulta spesso quello con maggior contenuto di grassi, zuccheri e sale. E’ come se il fisico sia disposto a compensare lo stress di coppia fino a quando i rischi per la salute non diventano eccessivi.

Fonte: Sette. Corriere della Sera.

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La natura come fonte di benessere a casa e in ufficio.

Due ricerche statunitensi hanno recentemente dimostrato che avere a portata di mano spazi “verdi e blu” (ovvero ricchi di piante e acqua) aiuti i soggetti sopra i 65 anni a invecchiare in buona salute fisica e mentale.

Stare a contatto con il verde comporta, inoltre, dei benefici biologici a qualsiasi età poiché serve a tenere sotto controllo ansia e stress (riducendo la produzione di cortisolo), a migliorare il tono dell’umore per coloro che soffrono di depressione, a lenire il dolore e a ridurre la pressione, la frequenza cardiaca e la tensione muscolare.

Si è osservato come gli spazi urbani comportano distrazioni che a loro volta implicano affaticamento cognitivo. Immergersi in un ambiente naturale, invece, serve a “staccare” per poi essere più vitali, concentrati e produttivi. E’ quindi consigliato tenere a casa e in ufficio un certo numero di piante.

Trascorrere poche ore all’aria aperta serve all’uomo da “collante sociale”: diversi studi di risonanza magnetica cerebrale confermano come la natura provochi la stimolazione di aree connesse a empatia ed amore, mentre gli spazi urbani attivino zone del cervello associate a paura e ansia.

La “natura virtuale” può servire da ausilio ai pazienti ospedalieri o a coloro che per altri motivi non possono in alcun modo stare a contatto con quella reale. A tal proposito lo European Centre for the Environment and Human Health ha messo a punto un programma indirizzato a sommergibilisti e astronauti che risulta efficace nel migliorare il benessere in chi lo ha sperimentato.

Fonte: Sette. Corriere della Sera.