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L’impronta della depressione è trasmessa da madre a figlia.

Numerosi studi hanno precedentemente dimostrato che la depressione tende a ricorrere all’interno delle famiglie, con un aumento del rischio di 2-3 volte tra i parenti di primo grado. Uno nuovo studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience, rivela come l'”impronta” di questa malattia ha maggiori probabilità di essere trasmessa dalle madri alle figlie. Tale ricerca è stata basata sui dati raccolti dall’analisi dell’attività cerebrale di 35 famiglie americane sane attraverso risonanza magnetica (Mri). Al termine dello studio, i ricercatori chiariscono che le madri non sono le sole responsabili della depressione delle proprie figlie, poiché a causare la malattia non risulta essere necessariamente un fattore ereditario, ma incidono anche l’ambiente sociale e le esperienze di vita.

Fonte: Corriere.it.

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Due pazienti su tre non curano la loro depressione.

Secondo le stime dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), la depressione è la malattia più diffusa nel mondo, interessando circa 350 milioni di persone. Recentemente, sono stati compiuti numerosi progressi in termini di comprensione della patogenesi del disturbo, presentazione clinica delle varie forme, malattie correlate e terapie disponibili. Negli ultimi anni, la teoria serotoninergica ha comportato una migliore conoscenza delle complesse interazioni tra neurotrasmettitori, quali serotonina, norepinefrina, dopamina e glutammato. In Giappone, sono state individuate alcune forme emergenti di depressione moderna tipica della popolazione giovanile che variano per forma, numero di sintomi, severità, tipologia e durata. Circa i due terzi degli individui affetti da depressione non sono consapevoli di avere un disturbo trattabile e quindi non ricercano aiuto, né tantomeno ricevono alcun trattamento. Queste persone vivono, così, una condizione di disagio, di sofferenza costante, che si manifesta con lievi flessioni dell’umore, irritabilità, disturbi del sonno, dell’appetito, della memoria e dell’attenzione, mal di testa, sensazione di fatica, disturbi digestivi. La comorbidità con altri disturbi è frequente soprattutto negli anziani, i quali sono più soggetti a infarto (30-60% dei casi), malattie coronariche (44%), cancro (40%), Alzheimer e Parkinson (40%).

Fonte: QuotidianoSanità.it.

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Un test per diagnosticare la prosopagnosia.

La prosopagnosia è una patologia neurologica nota come “cecità per i volti”. In greco, prosopon significa “faccia”, mentre agnosia sta per “non conoscenza”. Questa condizione può essere congenita o acquisita ed è dovuta ad un deficit cognitivo del sistema nervoso centrale (SNC) che impedisce a chi ne è colpito di riconoscere correttamente i volti delle persone, i luoghi o gli oggetti che lo circondano ogni giorno. I pazienti affetti da prosopagnosia mettono in atto meccanismi di compensazione oppure utilizzano indizi non facciali, come il taglio dei capelli, i vestiti, la voce o altre caratteristiche distintive. Non esistono cure specifiche e non sono disponibili dati sul numero di prosopagnosici in Italia. In generale, il 2,5% della popolazione mondiale soffre di questo disturbo in modo grave e almeno il 10% ha forme lievi spesso non diagnosticate.
Per capire se il paziente soffre di prosopagnosia o se invece si tratta solo di una persona poco fisionomista, i medici si basano su specifici tests al computer, nei quali il soggetto viene invitato ad individuare, memorizzare e riconoscere una serie di volti sconosciuti. Recentemente un gruppo di ricercatori della City University London e del King’s College ha messo a punto un test per diagnosticare questa malattia con l’obiettivo ultimo di integrare la diagnosi medica.

Fonte: LaRepubblica.it.

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3,6 milioni di Minori soffrono di disturbi neuropsichici.

I disturbi neuropsichici dell’età evolutiva sono i più diffusi nell’infanzia e colpiscono un minore ogni cinque. Tuttavia, meno di un bambino/adolescente su quattro riesce ad accedere alle cure di cui necessita: non sono più di 600.000 gli utenti dei servizi pubblici di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza a fronte di una popolazione complessiva sofferente di circa 3,6 milioni unità.
Le più recenti ricerche nelle neuroscienze definiscono la salute mentale come il risultato di interazioni complesse tra genetica, neurobiologia e ambiente. Nella maggior parte dei casi, la componente genetica non determina in modo lineare il rischio di malattia, ma implica semplicemente una maggiore sensibilità agli effetti dell’ambiente. Dunque uno stile genitoriale positivo, l’ascolto delle emozioni dei bambini garantendo limiti sereni ai comportamenti, l’esposizione precoce alla lettura ad alta voce, la presenza di servizi educativi di qualità per la prima infanzia hanno ricadute importanti per tutti i bambini, ma soprattutto una maggiore efficacia per quelli ad alto rischio.
Il diritto alle cure per i bambini e gli adolescenti con disturbi neuropsichici e per le loro famiglie è ancora largamente disatteso, con enormi differenze tra le Regioni. Un obiettivo primario nell’area infanzia-adolescenza è la creazione di una rete regionale integrata e completa di servizi per la diagnosi, il trattamento e la riabilitazione dei disturbi neuropsichici dell’età evolutiva. Di qui la necessità, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), di attività preventive, di risorse destinate al completamento della rete di servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e, infine, di un piano d’azione per la promozione della salute mentale in età evolutiva.

Fonte: IdO.
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Italia, 15.000 casi di diabete infantile.

In italia, il diabete in età infanto-giovanile risulta essere la patologia cronica più diffusa e numericamente importante, con circa 15-16mila casi. L’impatto che tale malattia ha sui bambini e sul nucleo familiare è notevole da un punto di vista emotivo, sociale ed economico: basti pensare ai genitori che hanno dovuto licenziarsi dal lavoro per poter somministrare l’insulina ai propri figli a scuola. Su questo problema, l’Italia sta portando avanti un’importante battaglia, avente lo scopo finale di far approvare delle normative che consentano al personale scolastico di poter somministrare i farmaci in sede.

Fonte: IdO.
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In arrivo l’app per la scuola in ospedale.

Si chiama “Presente!” ed è la nuova applicazione che permette ai pazienti dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di dialogare direttamente con la Scuola in ospedale, prenotare le lezioni e segnalare ai professori esigenze formative particolari in maniera autonoma e in tempo reale. Tale app è disponibile su Google Play ed Apple Store, è gratuita e può essere usata da smartphone e tablet. Per accedere alle sue funzioni basta richiedere il codice di attivazione alla caposala del reparto in cui si è inseriti.

Grazie a questa applicazione, l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù può essere considerato un vero Istituto scolastico, dove è possibile effettuare regolari esami di fine anno per bambini ricoverati. La possibilità di poter continuare il proprio percorso scolastico in questi casi è considerata parte integrante nella cura del bambino e persegue il duplice obiettivo di fornire un supporto scolastico e psicologico. La presenza della Scuola in ospedale permette al paziente di mantenere un legame di continuità con la realtà esterna, rafforza e motiva la volontà di guarigione, consente al malato di non aggiungere al disagio della malattia quello di un ritardo nella sua formazione culturale e di una perdita di contatto con i coetanei.

Il Bambino Gesù garantirà la continuità didattica per quei bambini e ragazzi ospitati presso le strutture convenzionate con l’ospedale e istituirà borse di studio per studenti particolarmente meritevoli e in condizioni di disagio economico e sociale.

Fonte: IdO.