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Disponibilità emotiva genitoriale e depressione adolescenziale.

Numerose ricerche sostengono che condizioni familiari non ottimali possono influenzare lo status psicopatologico dei figli in età evolutiva. Un recente studio ha voluto verificare se la disponibilità emotiva genitoriale fosse correlata con la depressione in adolescenza. Il campione preso in esame da tale ricerca era costituito da 437 ragazzi (213 maschi e 224 femmine) suddivisi per fasce d’età, 286 madri e 271 padri. Le somministrazioni effettuate collettivamente hanno previsto l’uso dei seguenti strumenti: Children Depression Inventory (CDI), Rosenberg Self-Esteem Scale (RSE), Lum Emotional Availability of Parents (LEAP) e colloqui genitoriali. I risultati dello studio hanno mostrato come la disponibilità emotiva genitoriale fosse correlata negativamente con i livelli di depressione negli adolescenti, che risultavano maggiori nei casi di conflittualità familiare. E’, infatti, ampiamente riconosciuto che le relazioni con gli adulti significativi sono fondamentali in età evolutiva e, se positive, fungono da fattori protettivi nei confronti di sintomatologie di natura depressiva.

Fonte: StateofMind.it.

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1 adolescente su 4 è sempre online.

In base ad un’indagine realizzata in Italia da Sos – Il Telefono Azzurro Onlus, gli adolescenti di oggi sono perennemente connessi al Web e usano comunicare tramite chat con i propri genitori, che spesso non sono consapevoli dei rischi corsi dai figli in Rete. La ricerca si è basata sulle risposte di un campione di 600 ragazzi (di età compresa tra i 12 ai 18 anni) e 600 genitori (dai 25 ai 64 anni). I risultati hanno mostrato come il 17% degli adolescenti intervistati non riesce a staccarsi da smartphone e social; in particolare, 1 soggetto su 4 risulta sempre online, quasi 1 su 2 si connette più volte al giorno e 1 su 5 si sveglia durante la notte per controllare i messaggi arrivati sul proprio cellulare. Uno degli allarmi lanciati dallo studio è quello dell’età in cui i ragazzi italiani accedono alla Rete: 1 su 2 dichiara, infatti, di essersi iscritto a Facebook prima dei 13 anni, mentre il 71% di essi riceve uno smartphone, in media, ad 11 anni. Infine, il 73% degli adolescenti frequenta costantemente siti pornografici, mentre più di 1 su 10 dichiara di essere stato vittima di cyberbullismo.

Fonte: Repubblica.it.

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Nelle adozioni gay conta l’affetto dei genitori, non il loro genere.

In merito ai temi delle unioni civili e delle adozioni gay, il presidente della Società Italiana di Psichiatria ha affermato che, per la crescita funzionale di un bambino, ciò che conta è la capacità affettiva dei genitori, tale da creare un ambiente sicuro, sereno e protettivo. Ciò non dipende dal genere di questi ultimi, poichè è stato precedentemente dimostrato che nelle famiglie composte da coppie eterosessuali possono prodursi danni nella psiche dei figli quando il rapporto tra i partner adulti è in crisi. In merito alla Stepchild Adoption, si stanno tuttora raccogliendo dati ed è quindi prematuro esprimere opinioni scientifiche definitive su situazioni sociali molto recenti. Ciò che si rende necessario è procedere ad una raccolta attenta ed equilibrata di dati e studi, oltre che approfondire gli infiniti aspetti coinvolti in questo ambito.

Fonte: AdnKronos.com.

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Povertà e depressione.

Secondo un recente studio americano, crescere in un contesto di povertà diminuisce la connetività cerebrale e predispone a sintomi depressivi. I ricercatori hanno analizzato le scansioni fMRI di 105 bambini (di età compresa tra i 7 e i 12 anni) e osservato come alcune strutture chiave nel cervello fossero connesse in modo differente nei soggetti poveri rispetto a quelli cresciuti in contesti più ricchi. In particolare, quanto più l’ambiente di vita era limitante, tanto più ippocampo ed amigdala mostravano deboli connessioni con la corteccia frontale superiore, il giro linguale, il cingolo posteriore e il putamen. Mentre le differenze nel volume cerebrale possono essere facilmente superate durante la crescita grazie ad un valido supporto genitoriale, ciò non vale per il miglioramento della connettività. I bambini con basso status socioeconomico tendono, inoltre, ad esibire peggiori capacità cognitive e bassi livelli educativi e sono più a rischio di sviluppare disturbi psichiatrici come depressione e comportamento antisociale. I ricercatori hanno, infine, ipotizzato che fattori quali stress, esposizione ad ambienti avversi e scarsa educazione possono contribuire alla manifestazione di problemi in anni successivi.

Fonte: StateOfMind.it.

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I giochi elettronici riducono qualità e quantità delle interazioni genitori-figli.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista JAMA Pediatrics, i giochi elettronici per bambini di 1-2 anni comportano un decremento nella quantità e qualità del linguaggio durante le interazioni genitori-figli, rispetto all’uso di giocattoli più tradizionali. Questi dati sono stati raccolti all’interno di un esperimento che ha coinvolto ventisei coppie di genitori-bambini, interagenti attarverso tre diversi set di giochi: giocattoli elettronici (cellulare giocattolo, pc giocattolo e fattoria parlante), tradizionali (puzzle di legno, classificatore di forme e cubi di gomma) e libri adatti all’età dei più piccoli. E’ stata, inoltre, predisposta l’audioregistrazione delle verbalizzazioni dei soggetti nel corso della loro quotidianità. I risultati hanno evidenziato che durante l’utilizzo dei giochi elettronici vi era una minore quantità di parole espresse dall’adulto, un minor numero di scambi conversazionali e una minore produzione linguistica da parte del bambino rispetto ai momenti di gioco con giocattoli tradizionali e con libri. Nelle conclusioni dello studio, viene esplicitamente scoraggiato l’uso di questa tipologia di giochi, poichè non facilita le interazioni verbali; eppure, questi giocattoli contribuiscono alla direzionalità e all’orientamento dell’attenzione verso nuovi stimoli uditivi e visivi. E’ utile, quindi, approcciarsi ai giochi elettronici con un coinvolgimento più attivo da parte dell’adulto e con l’integrazione di altre tipologie di attività ludiche.

Fonte: StateOfMind.it.

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La scienza conferma: i primogeniti sono più intelligenti.

Una ricerca condotta dall’Università di Leipzig (Germania) ha preso in esame un campione di 20.000 persone provenienti da Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna. Secondo tale studio, i primogeniti possiedono un quoziente intellettivo più alto rispetto ai loro fratelli. Non si è, tuttavia, riusciti a dare una spiegazione a questa differenza tra figli di una stessa coppia. Fra le ipotesi, vi è il fatto che spesso in casa i più piccoli sono più liberi di fare ciò che desiderano. Inoltre, nella maggior parte dei casi, il primogenito ha l’attenzione totale dei genitori prima della nascita dei fratelli, è più seguito e controllato, ha maggiori occasioni di crescita e di imparare cose nuove. Esiste un’ultima possibile ragione definita funzione di tutoring: il primogenito è una sorta di tutor, di guida per i più piccoli, un insegnante poco più grande di loro, che svolge un ruolo importante nello stimolare l’intelligenza. 

Fonte: Repubblica.it.

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Il sogno dei bambini mostra lo stato di sviluppo della loro personalità.

Alcuni studi neurologici affermano l’esistenza di un’attività celebrale nel sonno dei feti già all’interno dell’utero materno. L’attività cerebrale onirica è fondamentale per il corretto funzionamento del sistema nervoso del bambino e, con lo sviluppo progressivo delle capacità cognitive, linguistiche, di rappresentazione e di differenziazione tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, il piccolo inizia a manifestare con le immagini oniriche ciò che gli accade dentro. La successiva capacità di raccontare i propri sogni dipende, in parte, dall’interazione che egli ha con gli adulti. È molto difficile sapere cosa sogna un bambino, soprattutto durante i primi anni di vita: all’inizio si sognano per lo più sensazioni tattili, movimenti materni, il proprio corpo, il battito cardiaco, i rumori; solo successivamente si intrecciano fantasia e sogno in maniera inconsapevole, fino ad arrivare al sogno simbolico come negli adulti.
È facile che il bambino abbia degli incubi anche se non è in grado di raccontarli. A volte possono inoltre verificarsi dei sogni ricorrenti, dei blocchi psicologici che il soggetto non riesce a superare, ma non bisogna preoccuparsene oltre misura perché le paura e le difficoltà di crescere fanno parte di ognuno di noi. Gli adulti dovrebbero piuttosto condividerli al momento del risveglio, chiedendo, ad esempio, al proprio figlio “cosa hai sognato stanotte?”.
Il classico sogno che angoscia i bambini è l’apparizione di un mostro in casa: esso segnala la paura di fronte al potere degli adulti o il timore di perdere l’amore delle figure di riferimento o anche un’insicurezza personale; a volte sulla figura del mostro è proiettata quella di un adulto che gli incute paura. Un’altra immagine onirica è il rimanere intrappolati: il bambino che resta incastrato in una scatola, in un letto, che cade in un pozzo o che non riesce a correre indica quanto egli si senta minacciato da una situazione scomoda che non riesce ad affrontare.
I piccoli hanno inoltre molte difficoltà a fare distinzione tra il racconto in generale e il racconto sul sogno: quando raccontano un sogno partono da un’immagine onirica, che poi arricchiscono con uno stile di narrazione eroica; ciò che importa è il racconto e la sua condivisione (la presenza e l’ascolto dei genitori rassicura i bambini, confermando loro che i mostri non sono reali e che possono sentirsi sicuri nel proprio letto).

Fonte: IdO.
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Il 20% degli autistici ha diagnosi di ADHD.

Secondo uno studio condotto da Francesco Macrì, pediatra e docente dell’Università La Sapienza di Roma, il 20% dei pazienti con Disturbo dello Spettro Autistico ha anche diagnosi di ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività). Questo dato evidenzia la complessità dell’individuazione dei soggetti a rischio.

I fattori che possono interferire con l’evoluzione del sistema cognitivo e neurologico del bambino sono numerosi e, alcuni di essi, anche latenti e nascosti. Il pediatra può avere in mente le tappe fondamentali dell’evoluzione infantile ma deve essere consapevole che la difficoltà maggiore risiede proprio nel valutare il piccolo paziente nei pochi minuti della visita. E’ necessario quindi sfruttare i tempi morti della sala d’attesa realizzando un’attività di gioco con il bambino, tramite un tutor che la organizzi e che successivamente osservi il minore, oppure proiettando degli audiovisivi per mettere a conoscenza i genitori degli obiettivi specifici di ogni fascia d’età.

Fonte: IdO.

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Italia, 15.000 casi di diabete infantile.

In italia, il diabete in età infanto-giovanile risulta essere la patologia cronica più diffusa e numericamente importante, con circa 15-16mila casi. L’impatto che tale malattia ha sui bambini e sul nucleo familiare è notevole da un punto di vista emotivo, sociale ed economico: basti pensare ai genitori che hanno dovuto licenziarsi dal lavoro per poter somministrare l’insulina ai propri figli a scuola. Su questo problema, l’Italia sta portando avanti un’importante battaglia, avente lo scopo finale di far approvare delle normative che consentano al personale scolastico di poter somministrare i farmaci in sede.

Fonte: IdO.