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Disponibilità emotiva genitoriale e depressione adolescenziale.

Numerose ricerche sostengono che condizioni familiari non ottimali possono influenzare lo status psicopatologico dei figli in età evolutiva. Un recente studio ha voluto verificare se la disponibilità emotiva genitoriale fosse correlata con la depressione in adolescenza. Il campione preso in esame da tale ricerca era costituito da 437 ragazzi (213 maschi e 224 femmine) suddivisi per fasce d’età, 286 madri e 271 padri. Le somministrazioni effettuate collettivamente hanno previsto l’uso dei seguenti strumenti: Children Depression Inventory (CDI), Rosenberg Self-Esteem Scale (RSE), Lum Emotional Availability of Parents (LEAP) e colloqui genitoriali. I risultati dello studio hanno mostrato come la disponibilità emotiva genitoriale fosse correlata negativamente con i livelli di depressione negli adolescenti, che risultavano maggiori nei casi di conflittualità familiare. E’, infatti, ampiamente riconosciuto che le relazioni con gli adulti significativi sono fondamentali in età evolutiva e, se positive, fungono da fattori protettivi nei confronti di sintomatologie di natura depressiva.

Fonte: StateofMind.it.

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Come affrontare la paura del rifiuto.

Il rifiuto è legato ad una sensazione sgradevole e devastante, avente il potere di mettere in dubbio il proprio valore, la quale riporta ad un dolore emotivo infantile ancora attivo dentro di sé. Questo dolore deriva spesso da episodi in cui si è provata paura o ansia e si è chiesto il conforto e l’amore di un genitore al momento non presente emotivamente o fisicamente. Anche in età adulta, ogniqualvolta si presenta una situazione simile, si riattivano gli stessi sentimenti di insicurezza. Per superare la paura del rifiuto, è necessario, quindi, elaborare la sofferenza provata negli episodi infantili ed essere coscienti che gran parte delle risposte emozionali difronte al rifiuto stesso risultano ingiustificate e disfunzionali.

Fonte: Sanihelp.it.

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I cani sono capaci di riconoscere le emozioni umane.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Biology Letters ha dimostrato che i cani sono capaci di riconoscere le emozioni umane, semplicemente guardando le espressioni dipinte sul volto del proprio padrone e ascoltandone la voce. E’ stato scoperto, infatti, che il migliore amico dell’uomo possiede una rappresentazione mentale di tutti gli stati emotivi, una sorta di sistema di classificazione interna degli stessi. La ricerca ha preso in esame le reazioni di 17 cani, ai quali sono state mostrate le immagini di alcuni loro simili e di persone che esprimevano emozioni positive e negative, accompagnate da un determinato suono (un abbaio o una voce umana) indicante uno stato d’animo favorevole od ostile. Nel corso dell’esperimento, è emerso che gli animali trascorrevano molto più tempo ad osservare le espressioni facciali quando associate allo stato emotivo della vocalizzazione.

Fonte: IlSole24Ore.com.

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Depressione e insonnia: gli effetti del sonno interrotto.

Alcuni ricercatori della Johns Hopkins Medicine hanno condotto una ricerca sull’architettura del sonno e dell’umore di adulti sani e, in particolare, sugli effetti del sonno interrotto.

Lo studio è stato condotto su un campione di 62 soggetti adulti sani, senza problemi riguardanti il sonno, assegnati con metodo casuale a tre diverse condizioni sperimentali, quali risvegli forzati durante il riposo notturno (Forced Nocturnal Awakenings), riduzione delle ore di sonno posticipando l’orario del riposo (Restricted Sleep Opportunity) e sonno normale senza interruzioni (Uninterrupted Sleep). Ogni giorno ai partecipanti è stato somministrato un questionario standard self-report per valutare il tono dell’umore e l’intensità delle emozioni positive o negative. Il riposo notturno è stato monitorato attraverso il polisonnigrafo, uno strumento che permette di osservare le fasi del sonno e diversi parametri fisiologici (onde e attività cerebrali, livelli di ossigeno nel sangue, respirazione, battito cardiaco, movimenti oculari e delle gambe).

Dopo la prima notte non sono state osservate variazioni sostanziali fra le persone forzate a frequenti risvegli notturni, rispetto ai due gruppi di controllo, ma dalla seconda notte si è potuta notare una riduzione della positività dell’umore. Dall’analisi con polisonnografia, è emerso, inoltre, che le persone risvegliate più volte mostravano fasi di sonno profondo e di sonno ad onde lente più brevi (ovvero una contrazione di quelle fasi giudicate fondamentali per le loro funzioni riparatrici). La mancanza di quest’ultimo tipo di sonno è risultata connessa direttamente con l’abbassamento del tono dell’umore: oltre a ridurre l’energia del soggetto, incideva sui sentimenti di condivisione e partecipazione, a detrimento della vita sociale e affettiva. Il deficit di sonno a onde lente potrebbe, quindi, spiegare la comorbidità di insonnia e depressione.

Fonte: HumanTrainer.com.

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Come e perché la mente cambia in adolescenza.

Il cervello di un essere umano adulto possiede circa 85 miliardi di neuroni, ma, in realtà, queste cellule si formano e si distruggono continuamente, così come le connessioni fra di esse (sinapsi). Queste modificazioni avvengono soprattutto durante l’adolescenza. Sembrerebbe un controsenso, perché, proprio nel momento in cui l’organismo esce dall’età infantile per affrontare problemi più complessi e ha bisogno del massimo della sua potenza cerebrale, avviene la drastica riduzione delle connessioni nervose (pruning). In realtà, questo fenomeno serve a migliorare l’efficienza, a sfoltire ciò che non serve, modificando i rapporti tra i principali sistemi neurali e i loro differenti neurotrasmettitori.
La maturazione della corteccia prefrontale e delle sue aree mediale e ventrale è ritardata negli adolescenti, influenzando il comportamento e rendendolo così più vulnerabile alle scelte con maggior valore nel breve tempo. Esiste dunque una causa neurobiologica che giustifica l’attrazione dei ragazzi verso la scoperta di emozioni e piaceri immediati: è questo il momento in cui si è attratti dalle passioni, dal sesso, dall’alcol e dalle droghe.
La ristrutturazione nel cervello adolescente si completa con lo sviluppo della cosiddetta sostanza bianca, formata da fibre che collegano aree cerebrali importanti e che si arricchiscono di mielina, la quale rende più efficiente la trasmissione dei segnali. Migliorano così i collegamenti tra aree deputate al linguaggio, al movimento, alla memoria e alle emozioni.
Un recente documento dell’OMS dedicato all’adolescenza (Health For The World’s Adolescents. A second chance in the second decade) indica questa fase di vita come il momento cruciale durante il quale si sviluppano le abilità più diverse, quali ragionamento, valutazione morale, pensiero astratto e giudizio razionale. L’adolescente impara a immedesimarsi nella prospettiva altrui e a tenerne conto nelle relazioni interpersonali. Il senso di sé si consolida, si definisce l’identità sessuale, si diventa sensibili ai punti di vista dei pari e, al tempo stesso, cresce l’autonomia rispetto alle opinioni dei familiari, rompendo gli schemi e le barriere di protezione.

Fonte: Corriere.it.
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La scienza conferma l’attitudine tipicamente femminile alle emozioni.

Un recente esperimento, condotto da Adrianna Mendrek e dai suoi collaboratori dell’Institut universitaire en santé mentale di Montreal (Canada), ha visto la partecipazione di 46 soggetti, ai quali sono state presentate una serie di immagini evocanti una particolare risposta emotiva. I ricercatori hanno annotato le reazioni positive, negative e neutre dei partecipanti, registrato ed analizzato la loro attività cerebrale attraverso specifiche tecniche di imaging e, infine, misurato la concentrazione nel sangue di alcuni particolari ormoni.

I risultati dello studio hanno evidenziato che le reazioni negative alle immagini, ovvero i soggetti che mostravano maggiore sensibilità al potenziale evocativo emozionale, corrispondevano in genere a tratti più “femminili” sotto il profilo ormonale, indipendentemente dal sesso dei partecipanti. Al contrario, una minore sensibilità si associava ad una maggiore attivazione delle connessioni nervose fra l’amigdala (avente un ruolo fondamentale nelle reazioni emotive) e la regione dorsomediale della corteccia prefrontale nell’emisfero destro del cervello (sede della razionalità cerebrale). Dunque, una stretta interconnessione tra queste due aree permette generalmente di controllare meglio le reazioni emotive.

I ricercatori hanno, inoltre, osservato come una maggiore concentrazione di testosterone, tipica dei profili ormonali maschili, comporti in questi ultimi una consistente attivazione delle connessioni fra amigdala e corteccia prefrontale, assieme ad una minore vulnerabilità emotiva nei confronti delle immagini proposte. Ciò non esclude ovviamente l’influenza di fattori culturali o ambientali nella modulazione delle reazioni emotive; è piuttosto un risultato interessante dal punto di vista scientifico poiché apre nuove possibilità di ricerca e comprensione di altri fenomeni (quale, per esempio, la diversa variabilità emotiva che si verifica nelle donne durante le differenti fasi del ciclo mestruale). 

Fonte: Sette (Corriere della Sera).

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3,6 milioni di Minori soffrono di disturbi neuropsichici.

I disturbi neuropsichici dell’età evolutiva sono i più diffusi nell’infanzia e colpiscono un minore ogni cinque. Tuttavia, meno di un bambino/adolescente su quattro riesce ad accedere alle cure di cui necessita: non sono più di 600.000 gli utenti dei servizi pubblici di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza a fronte di una popolazione complessiva sofferente di circa 3,6 milioni unità.
Le più recenti ricerche nelle neuroscienze definiscono la salute mentale come il risultato di interazioni complesse tra genetica, neurobiologia e ambiente. Nella maggior parte dei casi, la componente genetica non determina in modo lineare il rischio di malattia, ma implica semplicemente una maggiore sensibilità agli effetti dell’ambiente. Dunque uno stile genitoriale positivo, l’ascolto delle emozioni dei bambini garantendo limiti sereni ai comportamenti, l’esposizione precoce alla lettura ad alta voce, la presenza di servizi educativi di qualità per la prima infanzia hanno ricadute importanti per tutti i bambini, ma soprattutto una maggiore efficacia per quelli ad alto rischio.
Il diritto alle cure per i bambini e gli adolescenti con disturbi neuropsichici e per le loro famiglie è ancora largamente disatteso, con enormi differenze tra le Regioni. Un obiettivo primario nell’area infanzia-adolescenza è la creazione di una rete regionale integrata e completa di servizi per la diagnosi, il trattamento e la riabilitazione dei disturbi neuropsichici dell’età evolutiva. Di qui la necessità, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), di attività preventive, di risorse destinate al completamento della rete di servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e, infine, di un piano d’azione per la promozione della salute mentale in età evolutiva.

Fonte: IdO.
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Sviluppo visivo neonatale e possibili disordini comportamentali.

Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports e condotto da ricercatori dell’Università di Padova, della Birkbeck University of London e della London Metropolitan University ha scoperto una correlazione tra lo sviluppo visivo nei primi giorni di vita del bambino e i possibili disordini comportamentali e attentivi in età successive. Il campione su cui è stata condotta tale ricerca era composto da 180 neonati (nati tra il 2004 e 2012), presenti all’interno di un reparto di maternità di un ospedale di Monfalcone (Gorizia).
Gli scienziati hanno esaminato tre aspetti fondamentali del temperamento e del comportamento: la capacità di regolare le emozioni, la presenza di difficoltà comportamentali e un tratto caratteriale descrivente la tendenza verso l’estroversione e l’impulsività e legato ad aggressività e problemi comportamentali. Al termine della ricerca, si è potuto notare come l’osservazione prolungata di immagini, da parte dei neonati, comportasse una minore presenza di comportamenti impulsivi e iperattivi nello sviluppo del bambino.

Fonte: IdO.
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Le figlie di mamme lavoratrici fanno più carriera.

Secondo uno studio della Harvard Business School, le donne cresciute con madri lavoratrici hanno una carriera migliore, guadagnano stipendi più alti rispetto alle loro coetanee (circa il 4% in più), vivono relazioni più egualitarie con i loro partners e mostrano maggiori attitudini sociali. Se una bambina ha una mamma lavoratrice imparerà che porsi degli obiettivi esterni alla vita familiare e domestica può essere soddisfacente e realizzante. Il modello trasmesso è quindi importante: se la relazione madre-figlia è positiva, l’identificazione con la madre che lavora permetterà alla figlia di accedere ad un’idea di femminilità più ampia e complessa e di integrare nella propria idea di persona anche quella relativa alle ambizioni di lavoro. Avere una mamma lavoratrice rappresenta un valore soprattutto se essa è contenta della sua occupazione, quindi trasmette (anche per via implicita) un bagaglio di pensieri, emozioni e modelli positivi alla prole. È molto importante anche la negoziazione della coppia rispetto a questo ambito, ossia come il partner si rapporta alla posizione della donna lavoratrice: se una madre lavora, ma il padre non la supporta, ciò non è indifferente per un figlio. Gli effetti positivi si notano, inoltre, anche nei maschi: questi ultimi hanno, infatti, attitudini molto più liberali verso le donne sul posto di lavoro, oltre ad essere molto partecipi nella cura della propria prole e negli altri compiti familiari.

Fonte: Repubblica.it.