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Correre aumenta le capacità intellettive.

Secondo uno studio del Department of Psychology e del Department of Biology of Physical Activity dell’Università di Jyväskylä (Finlandia) pubblicato sul Journal of Physiology, la corsa apporta numerosi benefici non solo al fisico, ma anche al cervello. La ricerca ha dimostrato, infatti, che coloro che corrono regolarmente apprendono meglio, poiché l’esercizio aerobico prolungato comporta un aumento delle riserve di neuroni nell’ippocampo (responsabili dell’apprendimento). I ricercatori hanno esaminato gli effetti della corsa sul cervello di alcuni roditori, osservando come il numero di nuovi neuroni ippocampali dei topi che correvano lunghe distanze risultava fino a 2-3 volte superiore rispetto a quelli sedentari.

Fonte: AdnKronos.com.

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Situazioni di pericolo e processamento cerebrale.

Secondo uno studio francese, il cervello umano è in grado di rilevare minacce sociali in maniera automatica entro pochi millisecondi. Nel corso della ricerca, sono stati misurati i segnali elettrici a livello cerebrale di un campione di soggetti in relazione ad espressioni facciali generalmente interpretate come minacciose. In tutti i partecipanti, tali stimoli suscitavano risposte più immediate rispetto a quelli emotigeni con minori indizi di pericolosità. I dati sono stati letti alla luce di una funzionalità evolutiva che consente risposte adattive maggiormente veloci ed efficaci per fronteggiare i pericoli. In particolare, l’ansia è risultata un tratto discriminante gli individui: coloro che erano più ansiosi utilizzavano aree cerebrali diverse in risposta agli stimoli sociali minacciosi, ovvero impiegavano i circuiti motori deputati alla regolazione delle azioni; invece, i soggetti con bassi livelli d’ansia attivavano in misura maggiore le aree sensoriali tipicamente coinvolte nel processamento delle espressioni del volto.

Fonte: StateOfMind.it.

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Povertà e depressione.

Secondo un recente studio americano, crescere in un contesto di povertà diminuisce la connetività cerebrale e predispone a sintomi depressivi. I ricercatori hanno analizzato le scansioni fMRI di 105 bambini (di età compresa tra i 7 e i 12 anni) e osservato come alcune strutture chiave nel cervello fossero connesse in modo differente nei soggetti poveri rispetto a quelli cresciuti in contesti più ricchi. In particolare, quanto più l’ambiente di vita era limitante, tanto più ippocampo ed amigdala mostravano deboli connessioni con la corteccia frontale superiore, il giro linguale, il cingolo posteriore e il putamen. Mentre le differenze nel volume cerebrale possono essere facilmente superate durante la crescita grazie ad un valido supporto genitoriale, ciò non vale per il miglioramento della connettività. I bambini con basso status socioeconomico tendono, inoltre, ad esibire peggiori capacità cognitive e bassi livelli educativi e sono più a rischio di sviluppare disturbi psichiatrici come depressione e comportamento antisociale. I ricercatori hanno, infine, ipotizzato che fattori quali stress, esposizione ad ambienti avversi e scarsa educazione possono contribuire alla manifestazione di problemi in anni successivi.

Fonte: StateOfMind.it.

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Cervello e videogiochi, vantaggi e svantaggi.

Una ricerca condotta dalla University of Utah School of Medicine e dalla Chung-Ang University ha dimostrato che il cervello dei videogiocatori compulsivi si sviluppa in maniera diversa rispetto a coloro che non giocano. Lo studio ha rilevato come i videogiocatori cronici possiedano delle connessioni neurali molto sviluppate che favoriscono un approccio più rapido alle nuove informazioni, oltre che una migliore coordinazione tra vista ed udito. Nonostante esistano dei benefici, giocare eccessivamente comporta anche problemi di dipendenza (o IGD, Internet Gaming Disorder) che spingono i soggetti affetti a trascurare i bisogni primari pur di continuare a giocare. Ulteriori effetti negativi sono rappresentati da maggiore distraibilità e scarso controllo degli impulsi, dovuti entrambi a uno sviluppo elevato delle connessioni tra corteccia prefrontale dorso-laterale e giunzione temporo-parietale. Al termine della ricerca non è risultato chiaro se i videogiochi causassero l’insolito sviluppo cerebrale oppure se le persone nate in quelle condizioni fossero particolarmente attratte dai videogiochi stessi.

Fonte: Repubblica.it.

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Scoperti i geni responsabili dell’intelligenza.

Una recente ricerca, condotta dall’Imperial College di Londra e pubblicata su Nature Neuroscience, ha scoperto i geni che rendono le persone intelligenti. In particolare, si tratta di due reti geniche (denominate M1 e M3) che potrebbero essere manipolate per aumentare la potenza cerebrale e, di conseguenza, modificare l’intelligenza umana, ottenendo migliore memoria e maggiori attenzione, velocità di elaborazione e capacità di ragionamento. Quando questi geni-chiave sono collocati in determinate posizioni, il cervello funziona in modo ottimale, con lucidità di pensiero e rapidità di connessioni; se, invece, queste ultime vengono mutate, possono verificarsi rallentamenti cognitivi o gravi disturbi psichici.

Fonte: AdnKronos.

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Perché sappiamo sempre dove si trova il nostro naso?

In uno studio pubblicato su Nature, un gruppo di ricercatori dello Scripps Research Institute, della Columbia University e della San Jose State University ha identificato le molecole chiave per la propriocezione (la capacità di riconoscere e avvertire la posizione del proprio corpo nello spazio), denominate Piezo2, all’interno delle membrane di speciali recettori nervosi (i propriocettori) presenti in tendini e muscoli. Il movimento di questi ultimi distorce le suddette molecole, provocando l’apertura di un tunnel al loro interno e permettendo così il passaggio di sostanze che generano un impulso elettrico fino all’encefalo. Tale impulso risulta sufficiente a comunicare la posizione del proprio corpo al cervello e il tipo di movimento che un arto sta compiendo. Gli scienziati hanno ipotizzato come le Piezo2 giocherebbero un ruolo importante nelle cellule che regolano la pressione nelle cartilagini, segnalando un carico eccessivo e captando temperatura, pressione sanguigna ed altri elementi chiave per la percezione umana.

Fonte: Focus.it.

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L’attività fisica migliora l’elasticità mentale.

Uno studio italiano pubblicato sulla rivista Current Biology ha rilevato come un’attività fisica moderata sia in grado di potenziare la neuroplasticità in soggetti adulti. I ricercatori hanno utilizzato il fenomeno della cosiddetta rivalità binoculare: nei primi strati della corteccia visiva, gli stimoli provenienti da entrambi gli occhi sono presenti in zone differenti (denominate colonne di dominanza oculare); successivamente, il cervello fonde le informazioni in competizione per aggiungere profondità alla visione e per rappresentare in modo coerente e stabile ciò che vede. Il sistema visivo completa la sua maturazione nel corso dell’infanzia e le colonne di dominanza oculare si modificano solo durante una breve finestra temporale: lo studio mostra che questo fenomeno plastico può prodursi temporaneamente anche nell’adulto. I ricercatori hanno bendato un occhio ad un gruppo di 20 soggetti adulti intenti nella visione di un film: alcuni di questi sono rimasti seduti in poltrona, altri si sono dedicati ad un’attività sportiva modesta. Coloro che avevano svolto esercizio fisico presentavano il fenomeno della rivalità binoculare in modo molto più accentuato rispetto agli altri: ciò avveniva perché l’attività sportiva comportava una diminuzione nella concentrazione di un neurotrasmettitore inibitorio (il GABA), cui a sua volta corrispondeva un aumento di plasticità cerebrale. Dallo studio, è emerso quindi che l’esercizio fisico risultava particolarmente interessante per la sua potenziale applicazione clinica.

Fonte: LaStampa.it.
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La dipendenza da cocaina può essere vinta con la stimolazione magnetica.

Secondo l’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, nel 2014 gli utilizzatori di cocaina nel mondo sono stati stimati fra i 14 e 21 milioni. Da alcuni lavori del Massachusetts General Hospital di Boston si è scoperto che l’uso cronico di tale sostanza danneggia la corteccia prefrontale (la parte del cervello posta dietro la fronte), causando una significativa riduzione del volume cerebrale e dell’attività dei neurotrasmettitori. Questa particolare area svolge un ruolo critico nel controllo degli impulsi comportamentali e danneggiarla significherebbe perdere i freni inibitori, dando via libera alla ricerca ossessiva di droga.

L’ambulatorio del Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova ha recentemente condotto uno studio su un campione di 32 cocainomani, divisi in due gruppi: la prima metà dei soggetti è stata trattata con Tms (stimolazione magnetica transcranica) e la seconda metà è stata utilizzata come gruppo di controllo (trattata con terapia farmacologica mirante a ridurre i sintomi tipici dell’astinenza). La Tms prevedeva somministrazioni quotidiane nei primi 5 giorni di terapia, seguite da somministrazioni settimanali nel mese successivo. Per tutta la durata dello studio si controllava l’eventuale uso di cocaina attraverso l’esame delle urine e il monitoraggio del craving (il desiderio spasmodico della sostanza di abuso). La sperimentazione è stata suddivisa in due fasi: la prima, durata circa un mese, di terapia vera e propria e la seconda di follow up, durata circa due mesi, durante la quale è stato offerto ai pazienti di continuare, interrompere o passare al trattamento con Tms.

Alla fine della seconda fase, dei 16 cocainomani trattati con Tms solo un soggetto aveva interrotto il ciclo; gli altri 15 avevano continuato a sottoporsi alla stimolazione (11 di questi [69%] non avevano subito ricadute). Del gruppo di controllo, invece, solo 13 individui avevano completato la prima fase: di questi, 3 avevano continuato a seguire la terapia farmacologica ottenendo buoni risultati, mentre 10 erano passati alla Tms (nei due mesi successivi 7 di questi [70%] erano rimasti puliti).

Fonte: Focus.it. 

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Come e perché la mente cambia in adolescenza.

Il cervello di un essere umano adulto possiede circa 85 miliardi di neuroni, ma, in realtà, queste cellule si formano e si distruggono continuamente, così come le connessioni fra di esse (sinapsi). Queste modificazioni avvengono soprattutto durante l’adolescenza. Sembrerebbe un controsenso, perché, proprio nel momento in cui l’organismo esce dall’età infantile per affrontare problemi più complessi e ha bisogno del massimo della sua potenza cerebrale, avviene la drastica riduzione delle connessioni nervose (pruning). In realtà, questo fenomeno serve a migliorare l’efficienza, a sfoltire ciò che non serve, modificando i rapporti tra i principali sistemi neurali e i loro differenti neurotrasmettitori.
La maturazione della corteccia prefrontale e delle sue aree mediale e ventrale è ritardata negli adolescenti, influenzando il comportamento e rendendolo così più vulnerabile alle scelte con maggior valore nel breve tempo. Esiste dunque una causa neurobiologica che giustifica l’attrazione dei ragazzi verso la scoperta di emozioni e piaceri immediati: è questo il momento in cui si è attratti dalle passioni, dal sesso, dall’alcol e dalle droghe.
La ristrutturazione nel cervello adolescente si completa con lo sviluppo della cosiddetta sostanza bianca, formata da fibre che collegano aree cerebrali importanti e che si arricchiscono di mielina, la quale rende più efficiente la trasmissione dei segnali. Migliorano così i collegamenti tra aree deputate al linguaggio, al movimento, alla memoria e alle emozioni.
Un recente documento dell’OMS dedicato all’adolescenza (Health For The World’s Adolescents. A second chance in the second decade) indica questa fase di vita come il momento cruciale durante il quale si sviluppano le abilità più diverse, quali ragionamento, valutazione morale, pensiero astratto e giudizio razionale. L’adolescente impara a immedesimarsi nella prospettiva altrui e a tenerne conto nelle relazioni interpersonali. Il senso di sé si consolida, si definisce l’identità sessuale, si diventa sensibili ai punti di vista dei pari e, al tempo stesso, cresce l’autonomia rispetto alle opinioni dei familiari, rompendo gli schemi e le barriere di protezione.

Fonte: Corriere.it.
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L’amore a prima vista esiste.

E’ possibile innamorarsi a prima vista nella vita reale? Secondo Stephanie Ortigue, docente della Syracuse University, i sentimenti di amore possono verificarsi già 0,2 secondi dopo il primo contatto visivo con qualcuno, sviluppandosi in dodici aree del cervello che rilasciano sostanze chimiche inducenti euforia (come dopamina, ossitocina, adrenalina e vasopressine). 

Uno studio di Helen E. Fisher, ricercatrice presso l’Istituto Kinsey, afferma che l’innamoramento a prima vista ha uno scopo ben preciso, ovvero essere una scorciatoia per assicurarsi la prosecuzione della specie. Secondo Stephanie Cacioppo, l’amore non è solo una reazione istintuale primordiale, ma anche un complesso stato mentale emotivo che coinvolge quattro dimensioni, quali chimica, conoscenza, preferenza e intenzione di stare con una determinata persona.

Infine, Ayala Malack-Pines, psicologa della Ben-Gurion University, afferma che soltanto in una coppia su dieci le impressioni favorevoli iniziali innescherebbero un legame a lungo termine.

Fonte: Focus.it.