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Nelle adozioni gay conta l’affetto dei genitori, non il loro genere.

In merito ai temi delle unioni civili e delle adozioni gay, il presidente della Società Italiana di Psichiatria ha affermato che, per la crescita funzionale di un bambino, ciò che conta è la capacità affettiva dei genitori, tale da creare un ambiente sicuro, sereno e protettivo. Ciò non dipende dal genere di questi ultimi, poichè è stato precedentemente dimostrato che nelle famiglie composte da coppie eterosessuali possono prodursi danni nella psiche dei figli quando il rapporto tra i partner adulti è in crisi. In merito alla Stepchild Adoption, si stanno tuttora raccogliendo dati ed è quindi prematuro esprimere opinioni scientifiche definitive su situazioni sociali molto recenti. Ciò che si rende necessario è procedere ad una raccolta attenta ed equilibrata di dati e studi, oltre che approfondire gli infiniti aspetti coinvolti in questo ambito.

Fonte: AdnKronos.com.

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Prozac contro la Sindrome di Down.

A breve avranno luogo negli Stati Uniti e in Italia i primi test sul prozac (un farmaco antidepressivo), su bambini tra i 5 e i 10 anni, con l’obiettivo di combattere i sintomi della sindrome di Down. E’ stato ipotizzato, infatti, che il principio attivo di tale farmaco (la fluoxetina) potrebbe contrastare il deterioramento dei neuroni provocato dalla stessa sindrome di Down, la cui caratteristica principale è un deficit nella produzione e nello sviluppo neuronale. L’esperimento vedrà la partecipazione di 21 donne incinte al cui feto è stata diagnosticata tale sindrome, a 14 delle quali verrà somministrato il farmaco durante la gestazione e per i primi due anni di vita del bambino. Questa ricerca ha precedentemente mostrato ottimi risultati sui roditori, nei quali si è osservato un aumento del numero di neuroni e un miglioramento delle capacità cognitive.

Fonte: Tgcom24.it.

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Il sogno dei bambini mostra lo stato di sviluppo della loro personalità.

Alcuni studi neurologici affermano l’esistenza di un’attività celebrale nel sonno dei feti già all’interno dell’utero materno. L’attività cerebrale onirica è fondamentale per il corretto funzionamento del sistema nervoso del bambino e, con lo sviluppo progressivo delle capacità cognitive, linguistiche, di rappresentazione e di differenziazione tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, il piccolo inizia a manifestare con le immagini oniriche ciò che gli accade dentro. La successiva capacità di raccontare i propri sogni dipende, in parte, dall’interazione che egli ha con gli adulti. È molto difficile sapere cosa sogna un bambino, soprattutto durante i primi anni di vita: all’inizio si sognano per lo più sensazioni tattili, movimenti materni, il proprio corpo, il battito cardiaco, i rumori; solo successivamente si intrecciano fantasia e sogno in maniera inconsapevole, fino ad arrivare al sogno simbolico come negli adulti.
È facile che il bambino abbia degli incubi anche se non è in grado di raccontarli. A volte possono inoltre verificarsi dei sogni ricorrenti, dei blocchi psicologici che il soggetto non riesce a superare, ma non bisogna preoccuparsene oltre misura perché le paura e le difficoltà di crescere fanno parte di ognuno di noi. Gli adulti dovrebbero piuttosto condividerli al momento del risveglio, chiedendo, ad esempio, al proprio figlio “cosa hai sognato stanotte?”.
Il classico sogno che angoscia i bambini è l’apparizione di un mostro in casa: esso segnala la paura di fronte al potere degli adulti o il timore di perdere l’amore delle figure di riferimento o anche un’insicurezza personale; a volte sulla figura del mostro è proiettata quella di un adulto che gli incute paura. Un’altra immagine onirica è il rimanere intrappolati: il bambino che resta incastrato in una scatola, in un letto, che cade in un pozzo o che non riesce a correre indica quanto egli si senta minacciato da una situazione scomoda che non riesce ad affrontare.
I piccoli hanno inoltre molte difficoltà a fare distinzione tra il racconto in generale e il racconto sul sogno: quando raccontano un sogno partono da un’immagine onirica, che poi arricchiscono con uno stile di narrazione eroica; ciò che importa è il racconto e la sua condivisione (la presenza e l’ascolto dei genitori rassicura i bambini, confermando loro che i mostri non sono reali e che possono sentirsi sicuri nel proprio letto).

Fonte: IdO.
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Il “Bambino Gesù” contro i DCA.

L’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha creato uno sportello telematico, denominato “Mio figlio non mangia”, per aiutare le famiglie con figli soggetti a DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) a sviluppare un percorso riabilitativo attraverso un corretto e consapevole rapporto con il cibo. Questo servizio prevede una casella mail (miofigliononmangia@opbg.net) a cui inviare la segnalazione del problema attraverso un diario alimentare del proprio bambino, successivamente valutato da un’equipe di nutrizionisti, oltre che un profilo Facebook (facebook.com/ospedalebambinogesu) dove ottenere risposte dagli specialisti a cadenza quindicinale.

I medici dell’Unità Operativa di Educazione Alimentare del suddetto ospedale hanno inoltre realizzato un decalogo di regole per far assaggiare e scoprire ai propri figli nuovi sapori a tavola:

  1. Tutta la famiglia deve cercare di avere lo stesso tipo di alimentazione. Il bambino, infatti, è influenzato a livello sociale nella scelta degli alimenti e tende a mangiare per imitazione. In questo ambito la famiglia ricopre il ruolo cruciale di modello.
  2. Gli alimenti devono essere riproposti più volte, al fine di aumentare il gusto del bambino per l’alimento stesso. È importante non presentare lo stesso piatto in maniera continuativa, ma farlo a distanza di tempo per non generare noia.
  3. Gli adulti non devono costringere il bambino ad assaggiare un alimento. L’assaggio forzato può infatti accrescere l’avversione del piccolo. Proporre un premio a seguito dell’azione (ad esempio, “mangia tutte le verdure e poi avrai il gelato”) non porta il bambino a consumare volontariamente il cibo, ma a sovralimentarsi solo per ottenere il premio.
  4. L’orario del pasto deve essere rispettato: è opportuno che tutta la famiglia mangi alla stessa ora e alla stessa tavola.
  5. Niente giochi o televisione. Il pasto è un momento importante. Occorre invitare il piccolo a spegnere la tv e ad allontanare i giochi, quindi lasciarlo libero di sperimentare e conoscere gli alimenti presenti sulla tavola.
  6. Organizzare un percorso di familiarizzazione col cibo. Il rifiuto di alcuni alimenti si accompagna spesso al rifiuto di assaggiare. Per portare i ragazzi a provare il sapore di un cibo è necessario stimolarne la curiosità attraverso i sensi. 
  7. Portarlo a fare la spesa. I genitori possono lasciarsi aiutare dal proprio figlio nell’acquisto degli alimenti, così da farlo sentire padrone delle proprie scelte.
  8. Coinvolgere il bambino mentre si cucina. Il bambino deve poter prendere confidenza con ciò che ha scelto al supermercato attraverso i cinque sensi.
  9. Assaggiare insieme. Dopo aver preparato insieme il piatto, mangiare qualcosa che il bambino ha visto nascere e che ha conosciuto in tutte le fasi di preparazione può rassicurarlo e fargli vincere la neofobia.
  10. La cucina diventa una festa. Prendere un cappellino da chef e rendere partecipe il bambino.

Fonte: IdO.

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Il 20% degli autistici ha diagnosi di ADHD.

Secondo uno studio condotto da Francesco Macrì, pediatra e docente dell’Università La Sapienza di Roma, il 20% dei pazienti con Disturbo dello Spettro Autistico ha anche diagnosi di ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività). Questo dato evidenzia la complessità dell’individuazione dei soggetti a rischio.

I fattori che possono interferire con l’evoluzione del sistema cognitivo e neurologico del bambino sono numerosi e, alcuni di essi, anche latenti e nascosti. Il pediatra può avere in mente le tappe fondamentali dell’evoluzione infantile ma deve essere consapevole che la difficoltà maggiore risiede proprio nel valutare il piccolo paziente nei pochi minuti della visita. E’ necessario quindi sfruttare i tempi morti della sala d’attesa realizzando un’attività di gioco con il bambino, tramite un tutor che la organizzi e che successivamente osservi il minore, oppure proiettando degli audiovisivi per mettere a conoscenza i genitori degli obiettivi specifici di ogni fascia d’età.

Fonte: IdO.

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3,6 milioni di Minori soffrono di disturbi neuropsichici.

I disturbi neuropsichici dell’età evolutiva sono i più diffusi nell’infanzia e colpiscono un minore ogni cinque. Tuttavia, meno di un bambino/adolescente su quattro riesce ad accedere alle cure di cui necessita: non sono più di 600.000 gli utenti dei servizi pubblici di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza a fronte di una popolazione complessiva sofferente di circa 3,6 milioni unità.
Le più recenti ricerche nelle neuroscienze definiscono la salute mentale come il risultato di interazioni complesse tra genetica, neurobiologia e ambiente. Nella maggior parte dei casi, la componente genetica non determina in modo lineare il rischio di malattia, ma implica semplicemente una maggiore sensibilità agli effetti dell’ambiente. Dunque uno stile genitoriale positivo, l’ascolto delle emozioni dei bambini garantendo limiti sereni ai comportamenti, l’esposizione precoce alla lettura ad alta voce, la presenza di servizi educativi di qualità per la prima infanzia hanno ricadute importanti per tutti i bambini, ma soprattutto una maggiore efficacia per quelli ad alto rischio.
Il diritto alle cure per i bambini e gli adolescenti con disturbi neuropsichici e per le loro famiglie è ancora largamente disatteso, con enormi differenze tra le Regioni. Un obiettivo primario nell’area infanzia-adolescenza è la creazione di una rete regionale integrata e completa di servizi per la diagnosi, il trattamento e la riabilitazione dei disturbi neuropsichici dell’età evolutiva. Di qui la necessità, secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), di attività preventive, di risorse destinate al completamento della rete di servizi di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e, infine, di un piano d’azione per la promozione della salute mentale in età evolutiva.

Fonte: IdO.
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Sviluppo visivo neonatale e possibili disordini comportamentali.

Uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports e condotto da ricercatori dell’Università di Padova, della Birkbeck University of London e della London Metropolitan University ha scoperto una correlazione tra lo sviluppo visivo nei primi giorni di vita del bambino e i possibili disordini comportamentali e attentivi in età successive. Il campione su cui è stata condotta tale ricerca era composto da 180 neonati (nati tra il 2004 e 2012), presenti all’interno di un reparto di maternità di un ospedale di Monfalcone (Gorizia).
Gli scienziati hanno esaminato tre aspetti fondamentali del temperamento e del comportamento: la capacità di regolare le emozioni, la presenza di difficoltà comportamentali e un tratto caratteriale descrivente la tendenza verso l’estroversione e l’impulsività e legato ad aggressività e problemi comportamentali. Al termine della ricerca, si è potuto notare come l’osservazione prolungata di immagini, da parte dei neonati, comportasse una minore presenza di comportamenti impulsivi e iperattivi nello sviluppo del bambino.

Fonte: IdO.
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Lo sviluppo emotivo come elemento chiave nella disabilità evolutiva.

Nell’ambito delle disabilità dello sviluppo dell’età evolutiva, è fondamentale tenere conto della struttura di personalità che si forma attraverso lo sviluppo emotivo e la strutturazione del sé, eventi largamente influenzati dalle interazioni precoci con i propri genitori e con il gruppo dei pari.

L’attività di ricerca dello psichiatra olandese Anton Dosen è interamente centrata su tali tematiche; essa, in particolare, si propone di diffondere la validazione e il successivo uso dello Scheme of appraisal of emotional development (Saed). Tale modello diagnostico si compone di quattro fasi, della durata totale di 30 minuti, nelle quali si osserva il bambino in differenti situazioni (da solo, con un operatore, con i genitori, con i pari). La raccolta di informazioni avviene quantitativamente, ottenendo così un punteggio a cui corrisponde una particolare fase dello sviluppo: omeostasi (il bambino tra 0 e 6 mesi sperimenta l’equilibrio tra stimoli interni ed esterni), l’attaccamento, lo sviluppo del sé, l’identificazione, la consapevolezza. L’attenzione è interamente centrata sullo sviluppo emotivo, del sé e delle competenze sociali. E’ stato osservato, infatti, come i soggetti che riscuotono maggiore successo siano quelli che, affianco all’intelligenza razionale del problem-solving, ne possiedono una emotiva e sociale.

Fonte: IdO.

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Una terapia incentrata sulla relazione aiuta a guarire dall’autismo.

In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica americana Psychological Reports col nome di “Assesment of a long-term developmental relationship-based approach in children with Autism Spectrum Disorder” (www.amsciepub.com/doi/pdf/10.2466/15.10.PR0.117c15z8), l’Istituto di Ortofonologia spiega come il miglioramento intellettivo sia conseguenza di una terapia sulla relazione che consente al bambino di aprire il suo mondo interno all’ambiente sociale, attivando quei meccanismi imitativi essenziali per il proprio sviluppo.
L’obiettivo di tale articolo è stato quello di valutare l’efficacia terapeutica dopo quattro anni di trattamento, in un campione di 90 bambini autistici (72 maschi e 18 femmine di età compresa tra i 2 e i 16 anni), monitorando nel tempo i cambiamenti nelle loro capacità cognitive, nel quoziente di intelligenza (QI), nel ragionamento fluido (FR) e nel miglioramento dei sintomi autistici (misurati con il test Ados – Autism Diagnostic Observation Schedule).
All’inizio della ricerca, tutti i bambini avevano ottenuto una diagnosi di autismo o di spettro autistico, mentre, al termine del suddetto trattamento, il 29% di essi non ne aveva più soddisfatto i criteri.

Fonte: IdO.