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Correre aumenta le capacità intellettive.

Secondo uno studio del Department of Psychology e del Department of Biology of Physical Activity dell’Università di Jyväskylä (Finlandia) pubblicato sul Journal of Physiology, la corsa apporta numerosi benefici non solo al fisico, ma anche al cervello. La ricerca ha dimostrato, infatti, che coloro che corrono regolarmente apprendono meglio, poiché l’esercizio aerobico prolungato comporta un aumento delle riserve di neuroni nell’ippocampo (responsabili dell’apprendimento). I ricercatori hanno esaminato gli effetti della corsa sul cervello di alcuni roditori, osservando come il numero di nuovi neuroni ippocampali dei topi che correvano lunghe distanze risultava fino a 2-3 volte superiore rispetto a quelli sedentari.

Fonte: AdnKronos.com.

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Svelato il segreto di chi impara subito le lingue.

Secondo uno studio canadese pubblicato sul Journal of Neuroscience, l’apprendimento di una seconda lingua risulta più o meno facile per via di differenze innate nel modo in cui le zone cerebrali comunicano tra loro. La forza di queste connessioni è definita connettività in stato di riposo e varia da individuo a individuo. La ricerca ha visto la partecipazione di 15 adulti di lingua inglese, prossimi ad iniziare un corso intensivo di lingua francese. Prima dell’inizio di quest’ultimo, gli scienziati hanno esaminato la connettività cerebrale dei soggetti attraverso risonanza magnetica funzionale e, in particolare, quella esistente tra le diverse aree e le regioni implicate nella fluenza verbale e nella lettura. I risultati finali hanno mostrato che il “cablaggio” encefalico comporta un aumento delle velocità di lettura e di pronuncia. Il successo nell’imparare una seconda lingua non è, però, interamente predeterminato dall’assetto cerebrale poiché il cervello è un organo plastico, facilmente plasmabile da apprendimento ed esperienza.

Fonte: AdnKronos.com.

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L’empatia si può apprendere facilmente.

Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, è possibile apprendere l’empatia, ovvero la capacità di capire e condividere i sentimenti altrui, attraverso semplici azioni positive, superando i pregiudizi e cambiando il modo in cui si percepisce uno sconosciuto. La ricerca ha visto la partecipazione di 40 soggetti divisi in due gruppi (uno sperimentale e uno di controllo), con l’obiettivo di misurare la loro capacità empatica, attraverso risonanza magnetica funzionale (fMRI), mentre i compagni ricevevano una piccola scossa. Come prevedibile, i partecipanti hanno mostrato maggiore vicinanza al disagio di  un connazionale. Nella seconda parte dell’esperimento, i soggetti sono stati informati che avrebbero ricevuto a breve una scossa, a meno che un membro del proprio gruppo non avesse rinunciato ad un’offerta in denaro. Nel gruppo di controllo, il possibile “salvatore” è stato scelto tra le persone della stessa etnia della “vittima” designata, mentre nel gruppo sperimentale, tra i membri di etnia diversa. Difronte alla scelta dei compagni di rinunciare al denaro in loro favore, i soggetti di quest’ultimo gruppo provavano empatia non solo nei confronti del “salvatore”, ma anche verso la sua intera etnia. Il medesimo effetto non si è verificato nel gruppo di controllo. La ricerca dimostra sperimentalmente che le esperienze positive con uno sconosciuto possono essere trasferite all’intero gruppo da cui esso proviene e aumentare l’empatia nei confronti degli estranei.

Fonte: Focus.it.

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Perché l’uomo pensa sempre al sesso?

Un gruppo di ricerca internazionale dell’University College di Londra ha individuato per la prima volta nel cervello del verme Caenorhabditis elegans alcune misteriose cellule maschili, denominate “MCMS” (dall’inglese Mystery cells of the male). Queste si sviluppano con la maturità sessuale e funzionano come un campanello d’allarme che costantemente ricorda all’uomo la priorità delle esigenze legate al sesso, creando così una differenza tra cervello maschile e femminile. Così come il cromosoma Y è unico nel genoma maschile, le MCMS sono esclusive del cervello dei maschi e rappresentano la chiave che spiega le differenze di genere nell’apprendimento e nelle abilità cognitive. E’ stato dimostrato, infatti, come le differenze genetiche nello sviluppo tra i due sessi siano legate a cambiamenti strutturali cerebrali che avvengono durante la maturità sessuale, i quali rendono i maschi più inclini a ricordare gli incontri sessuali avvenuti in passato.

Fonte: IlMessaggero.it.

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Sfatati molti miti sulla scuola.

Ciò che sappiamo in materia di educazione è per lo più sbagliato, perché frutto di convinzioni errate, studi condotti male o stereotipi.

Di seguito i miti più comuni recentemente confutati da alcune ricerche:

  1. Ogni studente possiede un certo tipo di intelligenza e riesce a dare il meglio di sè attraverso un particolare stile di apprendimento. L’ideatore delle intelligenze multiple, Howard Gardner, ha rifiutato la teoria degli “stili di apprendimento” ritenendo essa mancante di alcun fondamento scientifico.
  2. Essere bilingui durante l’infanzia crea confusione. Ciò è errato perché le aree cerebrali che si occupano di due diverse lingue non sono sovrapposte. Risulta invece vero il contrario perché si osserva un miglioramento del controllo degli impulsi e della concentrazione.
  3. I maschi sono più bravi in matematica e le femmine in italiano perché hanno abilità cognitive differenti. Alcuni ricercatori austriaci e svedesi hanno condotto uno studio in 13 Paesi europei che ha sfatato tale caposaldo della psicologia di genere, dimostrando che le differenze di genere sono inversamente proporzionali alle opportunità educative. Ad oggi, l’Inghilterra risulta il Paese più equilibrato.
  4. Nelle classi con meno allievi si impara meglio.
  5. Lavagne interattive multimediali, computers e smartphones migliorano l’apprendimento. L’uso della tecnologia non comporta obbligatoriamente un avanzamento qualitativo dei processi di pensiero.
  6. Lodare frequentemente gli studenti li induce a impegnarsi. La psicologia comportamentale spiega come solo un rinforzo intermittente e imprevedibile produce abitudini solide. L’incoraggiamento continuo e prevedibile porta invece l’interruzione dello sforzo nel momento in cui gli apprezzamenti vengono a mancare.

Alcuni fattori importanti per un buono studio sono: credibilità dell’insegnante; capacità auto-valutative; feedbacks; coinvolgimento dei genitori; classi ben gestite; apprendimento cooperativo.

Fonte: Focus.

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Cos’è il Trialogical Learning?

In ambito educativo, diversi autori hanno trattato, nel corso degli anni, il tema dell’apprendimento “monologico”. Tale termine sta ad indicare quell’insieme numeroso di processi di apprendimento che avvengono all’interno di una mente singola. Un esempio tipico è quello dello studente che studia individualmente una materia scolastica con il fine di superare un futuro compito in classe. A fianco all’apprendimento monologico, si trova quello “dialogico”, ovvero i processi di apprendimento che hanno luogo tra più persone e che richiedono l’uso di un linguaggio comune, di regole approvate, condivise e sperimentate, di obiettivi esplicitati e concordanti tra loro. Un’ipotetica situazione a spiegazione di tale apprendimento è quella nella quale si trovano, ad esempio, due studenti di Psicologia che ripassano prima dell’inizio di un esame, in vista del superamento dello stesso, e che adottano termini specifici e adoperati dai loro simili per riguardare gli argomenti studiati. Recentemente, è stato sviluppato anche il termine “trialogico”, intendendo con esso quei processi di creazione di conoscenza (knowledge creation processes) che si realizzano all’interno di un’interazione attiva e collaborativa, grazie alla formazione e implementazione concrete di un artefatto concettuale (di conoscenza) o di una pratica (o processo) sociale. In esso, i processi sono mezzo e fine della comunicazione e comportano un’evoluzione comune, ovvero ogni membro partecipante viene modificato dalla situazione nella quale si trova e la modifica a sua volta. Il termine “trialogico”, quindi, non indica un dialogo che avviene tra tre persone, né tanto meno una conversazione interiore, sebbene vi siano alcuni concetti comuni in tali definizioni. I principi cardine su cui si basa l’approccio al trialogical learning (Davidson, 2001) sono l’esistenza di una comunità di apprendimento che mira alla comprensione di alcuni fenomeni presenti all’interno di uno sforzo collaborativo, in modo tale da sviluppare soluzioni e prodotti concreti e utili, orientati a specifici aspetti dei fenomeni, e, inoltre, la costruzione di conoscenza non derivante “né dal lavoro della mente, né dal dialogo tra persone in sé, ma [richiedente] la presenza di un terzo elemento che funge da fulcro per l’intero processo, ovvero il “mondo” di artefatti creati e/o usati come strumenti di mediazione dai partecipanti” (Ritella, Hakkarainen, 2011). Il sapere è inteso come qualcosa di pratico, che concilia concetti teorici e procedure per svolgere attività individuali e di gruppo, non essendo mai definito una volta per tutte, ma sempre suscettibile di modifiche.Tale approccio, quindi, non si focalizza sull’orientamento sull’oggetto in generale, ma prevede una visione più circoscritta verso oggetti e artefatti aventi una funzione epistemica. Sostanzialmente, l’apprendimento trialogico consiste nell’organizzare l’attività di alcuni individui (o gruppi di individui), ognuno avente un proprio ruolo, attorno allo sviluppo di oggetti di conoscenza condivisi, all’interno dei contesti dove vivono, quali le comunità di apprendimento, per un qualche uso o utente successivo (uso “autentico” degli oggetti). Tutt’oggi esistono molte fonti riguardanti l’approccio trialogico alla conoscenza. Alcune di queste spiegano come esso si sia sviluppato (Paavola, Hakkarainen 2009; Lakkala et al 2009) sulle basi della metafora della creazione di conoscenza nell’apprendimento, la quale, a sua volta, rimanda a diversi modelli delle “comunità di conoscenza innovativa”. Tale metafora corrisponde a un modo di vedere l’apprendimento come sottostante a processi di potenziamento e acquisizione di artefatti, prodotti, pratiche, concetti, attività, processi, in maniera collaborativa, dove le iniziative individuali vengono incluse in un contesto di pratiche sociali utili allo sviluppo di oggetti condivisi. Il focus è centrato sul processo di advancing knowledge, ovvero trasformazione delle pratiche sociali e sviluppo di conoscenze esperte. Il concetto di apprendimento trialogico è, inoltre, strettamente legato alla nozione di mediazione, poiché, secondo Vygotskij, la mediazione di strumenti e segni fornisce un quadro generale dove si ritiene debba avvenire tale apprendimento.